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Giuseppe Pellizza da Volpedo


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Giuseppe Pellizza da Volpedo

( Volpedo 1868 - 1907 )

Pittore

    Giuseppe Pellizza da Volpedo

    Quotazioni di Giuseppe Pellizza da Volpedo

    Le opere divisioniste e simboliste di Giuseppe Pellizza da Volpedo di medie dimensioni hanno stime tra i 40.000 mila euro e i 90.000 euro. Cifre più alte vengono raggiunte dalle opere di grandi dimensioni, che hanno superato anche i 200.000 euro. I bozzetti vanno invece dai 10.000 euro ai 25.000 euro.

    Queste stime sono indicative. Il valore di un’opera infatti dipende da molti fattori come il periodo, la tecnica, il soggetto e le dimensioni. Consigliamo perciò di inviarci una foto della vostra opera di Giuseppe Pellizza per riceverne una stima aggiornata e precisa.

    Biografia

    Giuseppe Pellizza da Volpedo nasce nel 1868 a Volpedo, un paese in provincia di Alessandria, in una famiglia di agricoltori. Cresce in un ambiente impegnato dal punto di vista politico, suo padre infatti è un fervente garibaldino e lo direziona fin da piccolo alla protezione degli ultimi. Pellizza dimostra precocemente le sue abilità disegnative e con l’appoggio dei genitori si trasferisce a Milano, dove si esercita nello studio del pittore Giuseppe Puricelli e si iscrive all’Accademia di Brera. Qui frequenta le lezioni di Raffaele Casnedi, Luigi Bisi e Giuseppe Bertini, pittori di stampo romantico. Terminato il percorso accademico si dedica alla copia del vero entrando in contatto con Pio Sanquirico che nel suo studio fa esercitare gli allievi con la copia dal vero su modelli viventi.

    L’esordio espositivo avviene nel 1885 all’Esposizione di Brera con La piccola ambiziosa e Allo specchio, quadri di genere che però gli valgono un discreto successo iniziale.

    La formazione tra Roma, Firenze e Bergamo

    Dopo la formazione milanese decide di intraprendere un viaggio in giro per l’Italia per affinare le sue ricerche artistiche: si reca quindi a Roma per studiare l’arte antica, ma gli insegnamenti dell’Accademia di San Luca si dimostrano troppo restrittivi per lui. Si dirige quindi verso Firenze, divenendo allievo di Giovanni Fattori all’Accademia di Belle Arti e gli insegnamenti che riceve dal maestro saranno di estrema importanza per la produzione del pittore piemontese. Stringe inoltre una duratura amicizia con Plinio Nomellini che lo inizia alla tecnica divisionista. Nel 1888 partecipa all’Esposizione di Firenze con Il ritratto della poverina e Dice la verità?, due dipinti di stampo verista. L’anno successivo decide di trasferirsi a Bergamo per affinare la sua tecnica disegnativa, studiando con Cesare Tallone all’Accademia Carrara.

    Nel 1890, dopo un viaggio a Parigi e Genova, dove ritrova l’amico Nomellini, sente di aver completato il suo percorso di studi e rientra a Volpedo per dedicarsi totalmente alla produzione pittorica. 

    Inizialmente sperimenta il genere del ritratto e partecipa nel 1892 all’Esposizione di Torino con Ritratto, Giovine donna (mezza figura) e Mediatore. Lo stesso anno espone anche a Firenze Mammine; a Palermo Testa di Frate; e a Genova Ritratto di mia mamma e Ritratto di mio papà. In questi dipinti si nota già un interesse particolare per la resa luministica che poi approfondirà poco più avanti.

    Paesaggi e tematiche sociali: i valori universali del divisionismo simbolico

    L’artista si dedica allo studio del paesaggio, ma anche parallelamente alla tematica sociale che costituirà il sostrato di tutta la sua produzione. All’Esposizione di Firenze del 1894 presenta tele che riflettono su entrambe le tematiche: troviamo infatti Prime nebbie (impressioni), Fine d’autunno (impressione), Ritratti di campagnoli, L’appeso (studio) e Sul fienile. In quest’ultimo dipinto l’artista coniuga entrambe le ricerche. Particolarissima è la scelta di ambientare la scena principale in ombra, i volti dei protagonisti sono raffigurati contro luce nella tecnica già divisionista. I visi non sono caratterizzati fisiognomicamente perché rappresentano l’umanità, senza nessuna identificazione specifica. Pellizza da Volpedo racconta un episodio di un’estrema verità, rappresentando un povero malato che riceve l’ostia nel suo umile giaciglio disposto nel fienile in una maniera intima e delicata. Altra opera degli esordi divisionisti è Processione esposta alla Biennale di Venezia del 1895 in cui compaiono i paesaggi volpedesi colpiti dalla luce zenitale che sta indagano in quel periodo. Significativi nello sviluppo del suo linguaggio sono inoltre Giovanni Segantini e Angelo Morbelli con i quali intrattiene un intenso epistolario su argomenti privati e artistici.

    La ricerca del pittore si evolve sempre di più all’interno della tecnica divisionista sviluppandone la valenza simbolica. Tale direzione si legge nell’opera presentata alla Promotrice di Torino del 1898 E ciò che fa la prima le altre fanno – Lo specchio della vita, ispirata al verso dantesco del terzo canto del Purgatorio. La scena è ambientata sul greto del Curone, poco distante dalla casa dell’artista. Un gregge di pecore diviene simbolo dell’umanità e ne riflette il destino e il suo cammino incessante. L’assenza umana ne trasmette ancor di più il senso universale dell’assunto descritto da Dante nella Divina Commedia e da Pellizza nel suo dipinto. Vi è poi un assoluto equilibrio tra forze opposte: luce ed ombra, linee rette e ondulate, il ritmico avanzare delle pecore e la stasi assoluta della natura, bloccata in un cromatismo cristallino. Nei dipinti dell’artista esiste un grande dialogo tra uomo e natura che conferisce ai soggetti valori universali e spirituali.

    L’arte sociale e l’importanza degli ultimi 

    Come già accennato precedentemente Pellizza da Volpedo si interessa moltissimo alla tematica sociale, ai lavoratori, agli emigrati, al popolo stanco. Esempio di tale coinvolgimento è l’opera più celebre dell’artista Quarto Stato, un lavoro nato con bozzetti e studi preparatori nel 1892 e portato a termini solo dieci anni dopo. I tre personaggi al centro, un uomo anziano, un giovane e una donna con un bambino in braccio, rappresentano le componenti delle classi sociali più umili. La tela si fa portavoce infatti di una denuncia sociale, di una situazione di rivoluzione e protesta per il caro del pane e l’inosservanza dei diritti. Il dipinto viene esposto per la prima volta alla Promotrice di Torino del 1902, quasi del tutto ignorato. L’artista lo ripropone in altre occasioni senza ottenere un riscontro dalla critica. Rimasto deluso, si immerge nuovamente nella rappresentazione della natura creando alcuni dei più grandi capolavori come Il sole, esposto a Milano nel 1906, massima dimostrazione delle ricerche luministiche e cromatiche effettuate dal pittore. L’artista dopo la morte del terzogenito e della moglie decide di porre fine anche alla sua vita, suicidandosi nel suo studio alle prime luci dell’alba il 14 giugno del 1907, a soli trentanove anni.

    Emanuela Di Vivona

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