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Pittore

Giuseppe Pellizza da Volpedo


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Giuseppe Pellizza da Volpedo

( Volpedo 1868 - 1907 )

Pittore

    Giuseppe Pellizza da Volpedo

    Nel 1884 era andato a Milano a studiar pittura a Brera, e poi a Bergamo a studiar col Tallone. I ritratti ad olio dei suoi genitori grandi al vero, sono l’opera sua più potente di questo primo periodo. Dopo aver vinto nel 1892 col delicato sentimento e la delicata pittura di Mammine una medaglia d’oro all’esposizione Colombiana di Genova, si recò dal 1893 al 1895 a Firenze per continuare a studiare, anche all’Accademia.

    Ma ogni due o tre mesi tornava a ritemprarsi nella solitudine della campagna, accanto ai suoi vecchi, a sua moglie che adorava, ai libri che raccoglieva con sete inestinguibile di sapere. Ha scritto di sè stesso quando in un articolo sul Pittore e la solitudine ha scritto che «al vero artista la vita solitaria della campagna è utile invece che nociva poiché lontano dagli eccitamenti necessarii ai fiacchi mai si ristà dal lavoro e dalle ricerche progredendo così d’un progresso lento ma continuativo

    A Milano nel 1894, a Firenze nel 1895 a Torino nel 1896 espose questo Fienile che fu la sua prima grande vittoria. In una pubblica lettera a Giovanni Cena egli stesso la commentò con queste parole precise: «In questo quadro l’invenzione una parte di quel che non si creda, come negli altri miei. Vorrei infatti che si desse più importanza all’invenzione e alla composizione perché credo che la decadenza dell’arte si deva in gran parte alla trascuranza di esse…. I veristi per eccessiva paura di dar nel falso credono necessario scegliere un vero tutto d’un pezzo, nè osano modificarne gli elementi aggiungendo od eliminando, componendo diversi veri osservati a parte e riuniti armonicamente. Ma questo è il principale e più nobile compito dell’artista…».

    Allora era già da qualche anno sotto l’incanto del gran Segantini; e al divisionismo lo venne poi fino alla fine consigliando e confortando contro tutti contro lo stesso Segantini il più tenace e meticoloso dei «puntinisti» italiani, Angelo Morbelli. Nel tormento di quella tecnica il Pellizza s’accaniva con fierezza d’apostolo. E certo in molte parti dei suoi quadri migliori, specialmente nelle parti in ombra, egli coi colori divisi riuscì a trasparenze che pochi altri dei suoi correligionarii, in Italia e fuori dove già quando egli cominciava, quella moda finiva, raggiunsero mai.

    Ma se in quadri come la Processione, il Morticino, il Girotondo, lo Specchio della vita, e come questo Sole che all’esposizione di Milano nel 1906 fece tanta luce fra quella nuvolaglia, la prima ispirazione s’è attraverso al trito pennelleggiare mantenuta intatta in tutta la sua profonda poesia, il prodigio è dovuto soltanto all’inesauribile energia sentimentale dell’artista che nessun lavorio e nessun ostacolo riuscivano a ficcare.

    La tecnica tediosa lo gelò solo nel Quarto Stato al quale lavorò e pensò per dodici anni e dal quale pure esponiamo qui un bozzetto a mostrare l’ardente vivacità della prima idea che ne ebbe. Del resto la maggior parte delle opere raccolte qui non sono mai state esposte. Alcune, come la Neve, come il Tramonto sulle colline di Volpedo, come il trittico L’amore nella vita, come, la Statua a Villa Borghese dove vivissimo il ricordo del Fontanesi che fu sempre il suo idolo nascosto, egli stesso le destinava all’esposizione di Venezia del 1907, chè anche le cornici e le casse aveva pronte.

    Altre più immediate, egli forse non avrebbe esposte mai, perché in un tempo in cui i più giovani e i più ignoti osano occupare nelle pubbliche mostre pareti con bozzetti e improvvisazioni, Giuseppe Pellizza aveva del pubblico un rispetto che rasentava la timidezza. E’ memorabile fra queste opere minori e sincerissime, lo studio Montagne dell’alta Engadina che indica già una tecnica più libera e ch’egli dipinse nel 1906 quando si recò in pellegrinaggio ai luoghi abitati ed amati dal Segantini e prima di tutto a Savognino nei Grigioni dove posa una lapide sulla casa da già abitata dal suo Maestro.

    Nel trittico L’amore nella vita volle riassumere tutta la storia di due amanti, prima giovani e abbracciati, in cammino verso la felicità tra siepi verdi su prati fioriti in un nimbo di luce, infine vecchi, in una sera d’autunno, l’uomo chiuso sopra un magro fuoco presso una gora, mentre la donna amorosa e materna strappa per quel fuoco qualche frasca ad una siepe nuda. Ma la sua donna e un suo bambino gli morirono d’un tratto, e per troppo amore di loro egli stesso volle morire, e il dipinto restò la storia d’un sogno vano…

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    Opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo


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