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Pittore

Renato Tomassi


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Renato Tomassi

( Subiaco 1884 - Roma 1972 )

Pittore

    Renato Tomassi

    Renato Tomassi nasce a Subiaco nel 1884. Dimostrate spiccate doti disegnative sin da giovanissimo, viene spinto a coltivare la sua attitudine dal pittore ungherese Robert Wellmann, che aveva il suo studio proprio a Subiaco.

    L’ambiente filotedesco a Roma

    Iniziato a una pittura di stampo naturalistico, impostata sull’attenta e ottica resa dei dettagli, il giovane Tomassi viene inviato a Roma a completare la sua formazione nello studio – accademia di Sigmund Lipinsky in via Margutta, entrando con molta disinvoltura nella cerchia romana dei pittori filotedeschi. Oltre Lipinsky è Otto Greiner il pittore tedesco stabilitosi a Roma alla fine dell’Ottocento a influenzare particolarmente il verismo minuzioso del primo Tomassi.

    La forza formale del contorno di matrice grafica di Greiner si intravede nelle opere esposte dal pittore alla Mostra degli Amatori e Cultori di Roma del 1907. Ma a differenza di Greiner, Tomassi non si orienta mai verso soggetti antichizzanti, mitologici o eroici, prediligendo di gran lunga scene dell’intimità quotidiana, delicati ritratti, narrazioni incisive ed energiche dell’introspezione umana dal sapore simbolista, come ben si nota dal Ritratto di prelato del 1906.

    Gli anni Dieci: Roma, Subiaco e il fronte

    All’inizio degli anni Dieci, compie un viaggio di studio tra Berlino e Monaco, che risulta fondamentale per la sfumatura secessionista che si rileva nelle sue opere successive. Rientrato in Italia, si divide tra Roma, Subiaco e gli altipiani di Arcinazzo. Esegue opere come Ritratto della madre della Galleria Nazionale di Roma, che dimostra ancora una volta l’estrema sensibilità espressa in questo genere a lui così congeniale. Così come si nota anche dall’opera Maria Ciaffi, che presenta indiscutibili ascendenze secessioniste, soprattutto nella scelta di un grafismo lineare che si esplicita nella linea di contorno della donna, ben separata dall’atmosfera circostante. Ciononostante, pur dimostrando evidenti ascendenze nordiche, non prende parte alla Secessione romana, continuando ad esporre esclusivamente con gli Amatori e Cultori della prima metà degli anni Dieci, anche durante il conflitto, quando parte per il fronte e vi rimane fino al 1918. Esperienza che gli permette comunque di continuare a dipingere, documentando soprattutto i paesaggi della guerra, il fronte trentino, le montagne, gli accampamenti, la vita militare della trincea, in opere come Monte Corvo o Il soldato dagli occhi verdi del 1917.

    Sin da queste opere della guerra, Tomassi dà avvio a un nuovo linguaggio: per un certo periodo, non prevale più la linea di contorno asciutta e decisa, ma un cromatismo vibrante e luminoso, che gestisce con scioltezza e vivacità, dimostrando punti di contatto stilistici con Schiele, escludendo tuttavia il suo tormento drammatico. Entrando a far parte del Deutscher Künstlerverein a Roma, Tomassi conferma la vocazione filo tedesca della sua pittura, convalidata anche dalla lunga serie di committenze che riceve da collezionisti e famiglie tedesche a Roma, tra cui i Bretschneider.

    Gli anni Venti e Trenta: una poetica “sospesa” tra contorno, luce e colore

    Nel 1921, sposerà in seconde nozze Nadia Bretschneider, figura importantissima per il pittore, una musa che ritrarrà molto spesso negli anni successivi, insieme ai figli Enza e Andrea. Il ritorno all’ordine viene interpretato da Renato Tomassi non con la celebrazione di un classicismo sfrenato, ma attraverso un equilibrio che si esplicita sia nel contorno che nel colore morbido e sereno e che però rivela ancora tangenze con la pittura nordica e secessionista, in particolare di Hodler.

    Alla Fiorentina Primaverile del 1922 espone Adamo ed Eva, Ritratto di signorina, uno Studio di nudo, Mia madre, uno Studio di testa e Gattina nera. La nitidezza dei contorni, la qualità suggestiva e sognante della sua pittura si palesano al massimo in questi anni, con la produzione di opere come Susanna e vecchioni, esposta insieme a molte altre opere nella sua personale al Teatro Nazionale del 1923, anno in cui espone anche alla seconda Biennale romana. Vi presenta anche alcune opere eseguite e Capri, che prorompono per un cromatismo vivido fatto di piccoli tochi luminosi: Finestra a Capri, La terrazza e Mattino a Capri.

    La spontaneità della vita quotidiana si unisce a ritratti intensi e introspettivi, dedicati spesso agli affetti familiari, come Mia moglie del 1925 e Mia figlia del 1926, opere che inevitabilmente contengono quel silenzio “metafisico” dei volti indecifrabili dalla bellezza atemporale che ricordano il Quattrocento di Pollaiolo o Piero Della Francesca, come si nota anche da Alla fonte del 1932.

    Alla fine degli anni Trenta, dopo aver continuato a partecipare alle mostre degli Amatori e Cultori e alle mostre Sindacali, parte per la Germania. Gli anni tedeschi e il dopoguerra lo porteranno ad una completa svolta stilistica in senso espressionista. Ne sono testimonianza tele come Paesaggio nordico del 1952 e Nudo sulla spiaggia.

    Elena Lago

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