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Pittore

Antonio Mancini


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Antonio Mancini

( Roma 1852 - 1930 )

Pittore

    Antonio Mancini

    Antonio Mancini, come è noto, la fama di predestinato se la costruì da solo, ancora adolescente, aggirandosi instancabilmente per le chiese di Napoli. Qui poté apprendere un’esperienza “tecnica” davvero ampia e singolare cogliendo appunti da quello straordinario patrimonio di pittura secentesca che aveva a disposizione: da Caravaggio a Battistello, da Ribera a Stanzione e Cavallino, sino a Luca Giordano e a Mattia Preti.

    A questa formazione iniziale, di cui prove davvero significative sono la Testa di bambina del 1867 (Napoli, Accademia di Belle Arti) e Lo Scugnizzo dell’anno seguente (Coll. privata), Mancini accompagnò presto la frequentazione dello studio di Stanislao Lista, dove ricevette assieme al compagno Vincenzo Gemito un indirizzo verista, e dell’Istituto di Belle Arti, dove ammirò Domenico Morelli. Il Prevetariello (Napoli, Museo Nazionale di San Martino), saggio di scuola del 1870, continua in maniera magistrale la personale galleria degli “scugnizzi” ma rivela allo stesso tempo nell’agilità della pennellata liquida e vibratile tutte le raffinatezze morelliane.

    Negli stessi anni il giovane pittore, accompagnato da Francesco Paolo Michetti, si recava da Filippo Palizzi per apprendere un rigoroso naturalismo. Dal vastese si andava a mostrare qualche pittura per consiglio ed io proprio principiante, molto meglio Michetti nei suoi schizzi così vigorosi della tavolozza abruzzese quasi palizziani e di Fortuny e di Morelli; il talento di Michetti era singolare e vivo1

    Del carattere schivo e modesto dell’artista già si è accennato, più interessante posare lo sguardo sul dipinto Corpetto rosa (Coll. privata), dove l’attento studio dei riflessi della luce sulla figura, ricreati da una materia pastosa e da un fitto pennellare, tradisce in maniera paradigmatica la marca palizziana dei suoi esordi.

    A queste esperienze formative si aggiunse nel ’72 il fondamentale viaggio a Venezia, su invito del suo mecenate Albert Cahen, e quindi a Milano. Qui Mancini ebbe la possibilità di ampliare la sua cultura pittorica sulla grande tradizione veneta, di cui naturalmente si dimostrò entusiasta2. Tra Corpetto rosa e Dopo il duello (Torino, Galleria d’Arte Moderna), dipinti entrambi datati al 1872, la distanza è davvero notevole.

    Nell’impostazione più complessa, nella gamma cromatica più ampia e ricercata sino alluso del pennello più sapiente e disinvolto. Inevitabile ipotizzare il soggiorno veneziano come efficace spartiacque. Questa prima fase del percorso manciniano è caratterizzata anche dall’affannoso tentativo – “io non sapevo come procurarmi un mercante”annoterà più tardi – di attuare una promozione della propria opera. Nel 1870 si affidò ai canali consueti esordendo alla Promotrice partenopea. Nel 1872, cercando in qualche modo di seguire le orme del compagno Michetti, si fece avanti con il mercante Reutlinger, a quanto pare senza conseguenze rilevanti.

    Nello stesso anno il conte Albert Cahen tentò di imporlo sulla piazza parigina facendolo esporre al Salon. Ma in quell’occasione, dove la critica francese non mancò di apprezzare gli ancora poco conosciuti De Nittis e Michetti, i suoi Dernier sommeil e Enfant allant à l’école passarono inosservati. Dunque il talento del giovane napoletano stentava ad imporsi.

    Quadri troppo “bigi e pavonazzi” gli scriveva nel ’71 Cahen – riferendogli anche i consigli di “un egregio pittore francese” – “pittura sporca” e una certa monotonia tematica appuntava Netti nel suo commento alla Promotrice partenopea del ’75, pur avendo un occhio troppo attento per non riconoscere nell’artista un “forte esecutore”.

    Evidentemente il magistero della pittura seicentesca – la “larghezza” e la “semplicità antica” a cui accennava Netti – aveva certo contribuito alla straordinaria maturazione artistica di Mancini, favorendo però allo stesso tempo la preferenza per una tavolozza dai toni scuri, elemento decisamente “fuori moda” in una Parigi ormai aggiornata sulla nettezza cromatica del giapponismo.

    Una possibile occasione per fuoriuscire dalla difficile situazione economica, e contemporaneamente aggiornare la sua tecnica, giunse dall’amicizia che gli dimostrò il pittore di fama internazionale Mariano Fortuny, nel 1874 in vacanza nella vicina Portici. Da qui il viaggio a Parigi e il tentativo affermarsi con il legame della Maison Goupil.

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