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Scipione Moretti


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Scipione Moretti

( Roma 1825 - 1893 )

Scultore

    Scipione Moretti

    Esperienze coloniali e nuove frontiere dell’esotismo

    Allievo di Pietro Tenerani, con cui collabora per diversi anni per poi passare dapprima nello studio di Randolph Rogers e in seguito in quello di Giuseppe Obici in occasione dell’esecuzione delle statua della Vergine per la colonna dell’Immacolata di piazza di Spagna, Scipione Moretti raggiunge la maturità nel fervido ambiente artistico che si dispiegava alla metà dell’Ottocento tra via Margutta e via del Babuino.

    Lungo queste due strade si affacciavano, infatti, gli studi dei più importanti scultori dell’epoca, fieramente eredi della tradizione neoclassica di Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen, in cui venivano concepiti monumenti destinati alle capitali europee e d’oltreoceano. Accanto a tale produzione monumentale venivano realizzati anche piccoli capolavori, riservati a una raffinata élite internazionale, prediligendo i temi letterari e i soggetti di genere.

    Nel corso degli anni Settanta e Ottanta particolare successo riscuotevano i temi esotici, reinterpretati da Rogers in chiave nativo-americana e da Giulio Tadolini sulla scorta dei tentativi di espansione coloniale italiana nel Corno d’Africa. Certamente impressionato dal ricco patrimonio documentario che raggiungeva in quegli anni l’Italia attraverso le spedizioni commerciali e diplomatiche, Moretti, il cui spirito patriottico è attestato anche da un ritratto di Garibaldi cacciatore delle Alpi, sceglie un soggetto africano per il suo esordio espositivo avvenuto in occasione dell’Esposizione internazionale di Roma del 1883 dove il modello del Cacciatore africano fu esposto nella sala Gessi.

    Colpiscono nell’opera la molteplicità dei punti di vista, la vivacità della composizione, la vivezza degli animali e la cura dei dettagli anche più minuti. Su uno sperone di roccia cavalca un cacciatore africano che sta per essere sorpreso da una fiera, che emerge in secondo piano. L’uomo si piega leggermente da un lato per meglio cercare la preda e si prepara a tirare un colpo, mentre il suo cane dotato di un appariscente vreccale cerca riparo in una piccola grotta, in un’atmosfera sospesa che precede l’azione.

    All’immobilismo dell’uomo e del cavallo e al silenzio del cane appiattito nella ricerca di una via di fuga fa da contrappunto la potente figura dell’animale selvaggio che si innalza con le fauci spalancate a emettere un sonoro ruggito. Si tratta, tuttavia, di una rara esperienza autonoma, seppur in linea con lo spirito coloniale degli anni Ottanta che sfocerà nel 1887 nella commissione a Michele Cammarano di una grande tela raffigurante la battaglia di Dogali.

    Dopo aver partecipato nel 1883 al concorso per il monumento a Raffaello di Urbino, Moretti accetta, infatti, nuovi incarichi, che lo distraggono dalla produzione di piccolo formato e lo portano lontano dall’Italia al seguito di Marcial Aguirre Lazcano, suo collega nello studio di Obici, con cui aveva già collaborato tra il 1867 e il 1868 alla realizzazione del monumento a Sant’Ignazio di Loyola collocato ad Azpeitia di fronte al santuario dedicato al fondatore dell’ordine dei gesuiti. Nel 1886 lo scultore spagnolo gli domanda di raggiungerlo a San Sebastián per coadiuvarlo nell’esecuzione del monumento all’ammiraglio Antonio de Oquendo, che lo impegnerà fino al 1894, ben oltre il ritorno di Moretti in Italia avvenuto nel 1890.

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