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Scultore

Vincenzo Gemito


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Vincenzo Gemito

( Napoli 1852 - 1929 )

Scultore

    Vincenzo Gemito

    Salvatore di Giacomo, nella nobile lettera che apre il magnifico volume dedicato a Vincenzo Gemito, dà con frase sobria ed incisiva il più completo giudizio sul grande scultore: “Gemito è un maestro il cui posto è oramai nella storia dell’arte italiana: egli ha spinto la manifestazione della vita fino al suo limite estremo e le ha conferito la forma più squisita e più degna”.

    Nulla ho da aggiungere e tanto meno da modificare a quanto il di Giacomo, con indiscussa competenza, ha scritto dell’artefice grandissimo. Vincenzo Gemito ha segnato un’orma così profonda nella scultura italiana che quanti pigliano oggi per la prima volta fra le mani lo scalpello animatore del masso freddo, inerte, non dovrebbero prefiggersi che uno scopo: studiarlo con amore, con venerazione, in tutte le più minute particolarità, cercar di sorprendere tutte le espressioni di quei tagli, di quelle fenditure, e augurargli di potere, un giorno. avvicinarsi il più che possibile, al maestro.

    Come è umile l’origine di Vincenzo Gemito e ciò prova ancora una volta che l’arte non conosce aristocrazia di casta, annidandosi non raramente nelle menti e nei cuori più in basso collocati, nella scala sociale, e quindi elevando le une e gli altri ad altezze che danno le vertigini, a nobiltà che incutono il rispetto più grande. Vincenzo Gemito è nato in Napoli il 16 luglio 1852.

    Essendo un proietto, il governatore dello stabilimento dell’Annunziata, gli impose il nome che porta. Ignaro come siano trascorsi i primissimi anni di Gemito. Salvatore di Giacomo, nel citato volume che è stato per me fonte preziosa di notizie, racconta che, Gemito, giovanetto non ancora decenne, trovandosi in compagnia di un altro ragazzo, che, egli chiamava semplicemente “Totonno”, e che più tardi fu Antonio Mancini, un altro valore autentico dell’arte italiana, si soffermò un giorno dell’estate del 1861 sulla soglia dello studio di Emanuele Caggiano, intento a modellare la statua della vittoria.

    Questo fatto richiamò l’attenzione dell’illustre scultore, il quale, sorpreso dell’ammirazione estatica del giovinetto, lo richiese del nome, e quando il ragazzo gli manifestò candidamente il desiderio d’imparare, lo accolse nel suo studio, dietro promessa di farsi accompagnare il dì seguente dalla propria madre. Il piccolo Gemito, afferrata una mano dello scultore, glie la volle baciare.

    Dopo qualche giorno si presentò, infatti, con una donna, la quale non tardò a confessare al professore Caggiano che non era la vera madre e che, essendo priva di figli, benché misera, avea voluto prendere con sé uno dei “figli della Madonna” (* Così il popolino di Napoli suole chiamare i protetti). Essa si chiamava Giuseppina Baratta. Vincenzo Gemito, nello studio del Caggiano, mentre attendeva che il maestro gli insegnasse la scultura, si diè per tempo a tracciar disegni da per tutto, su fogli di carta, sulle pareti, servendosi di una matita rossa, per rendere sicura la sua mano in modo da evitare le cancellature.

    Il professore Caggiano, dovendo in seguito cambiare di studio, scelse un locale che, trovandosi a ridosso del teatro Bellini, aveva comunicazione col palco scenico. Agiva in quel tempo nel teatro una compagnia di acrobati, che portavano con loro delle fiere. Si può facilmente immaginare quale vivo piacere provasse il piccolo Gemito dinanzi agli spettacoli dati dalla compagnia.

    Ma la sua ammirazione, come racconta il di Giacomo, fu attratta sopra tutto da un contorsionista chiamato “L’uomo polipo”. E poiché dall’ammirazione all’imitazione il passo è breve, così un bel giorno gli saltò in testa di riprodurre qualcuno degli esercizi che aveva tanto ammirati. Mal gliene incolse. Trovandosi in cima di una scala a pioli precipitò sul pavimento e rimase lì immoto, davanti al suo maestro atterrito, che lo credeva addirittura morto.

     

    Fu ricoverato all’ospedale, ove, trovandosi in condizioni gravissime, fu amorevolmente assistito dalla povera Giuseppina Baratta che temè di perdere il suo caro “figlio della Madonna”. Guarito tornò allo studio del suo maestro, ma dopo breve tempo se ne allontanò senza dar notizie di sé. Tre anni dopo, cioè nel 1864, Vincenzo Gemito si presentò nello studio di un altro valoroso scultore, Stanislao Lista, al quale manifestò senz’altro il desiderio di volere imparare l’arte scultoria. Il Lista, avendo appreso dal ragazzo che sapeva un po’ disegnare, gli diede a riprodurre un rilievo di gesso.

    Gemito, presa una matita rossa che aveva in tasca, si diede subito al lavoro con tanto zelo, con tanto ardore che il Lista ne fu addirittura ammirato. Le linee, tracciate con ferma sicurezza dalla sua piccola mano, avevano dovuto, senza dubbio, rivelare al Lista quale forte temperamento di artista si celasse nel giovinetto. Lo incoraggiò, quindi, a rimanere nel suo studio, poiché con la volontà avrebbe potuto molto imparare.

    Sotto la guida del nuovo maestro, fu diligentissimo, volenteroso, e, sopratutto, molto promettente, perché i suoi progressi erano notevoli e continui. Infatti, bandito il concorso per una statua di “Bruto” dal R. Istituto di Belle Arti di Napoli il Lista lo esortò a parteciparvi. Gemito intanto era ben deciso a tenersi in disparte, perché voleva lasciar libero il campo del concorso ad alcuni suoi condiscepoli che, essendo pensionati dalle loro provincie, ci tenevano a risultare tra i primi.

    Giunto, però, l’ultimo giorno col quale spirava il termine del concorso, Cesare Dalbono, allora Direttore dell’Istituto, non solo lo indusse, ma quasi lo obbligò a prendervi parte. Ed il Gemito eseguì il bozzetto del “Bruto” in sole sei ore, di un sol fiato. Il bozzetto in creta, presentato alla commissione, fu il primo lavoro che procurò al Gemito la protezione di Domenico Morelli, che insieme col Lista lo sostenne validamente ma non riuscì a farlo trionfare.

    Però la commissione di fare la statua fu data a Gemito dal Ministro della Pubblica Istruzione del tempo, Cesare Correnti che, trovandosi in Napoli, ebbe agio di osservare il bozzetto e si convinse delle ragioni del Morelli. Vincenzo Gemito non aveva che sedici anni quando si accinse all’opera, che tanto faceva trepidare il suo maestro, cui non sfuggiva l’arduo e grave cimento al quale il giovane si esponeva (* Attualmente il Bruto, statua in terra cotta, trovasi alla Galleria Nazionale di Arte moderna in Roma).

    Gemito, in seguito, uscito dallo studio del Lista, potè ottenerne uno proprio, una specie di caverna, nel monastero di Sant’Andrea delle Dame. Si diede allora a scegliere per modelli i suoi ex compagni di un tempo, i piccoli vagabondi, che egli andava a raccogliere sui marciapiedi della città. I primi saggi della sua arte libera e indipendente furono: “Il vizio”, altrimenti detto “Il Giocatore”, esposto alla Mostra della Promotrice Salvator Rosa del 1870, che fu acquistato dalla Società e toccò in sorte a S. M. il Re Vittorio Emanuele II, che lo destinò alla Reggia di Capodimonte; e poi il “Pescatorello” ed altri studii dal vero.

    Così Vincenzo Gemito, in ancor giovanissima età, entrava trionfalmente nella schiera degli artisti, dei quali si conquistò subito il plauso. Anche il pubblico fu preso da ammirazione per i suoi lavori, ed egli non tardò a trovare dei mecenati cultori di arte competentissimi, che gli procurarono grandi soddisfazioni. Tali furono i fratelli Paolo e Beniamino Rotondo, il francese Duhamel e Diomede Marvasi, allora prefetto di Napoli, che, oltre a dargli non poche commissioni, gli apri addirittura la sua casa.

    Domenico Morelli poi non cessò mai di incoraggiarlo in tutti i modi. Nel 1872, Vincenzo Gemito doveva prestare il servizio militare; e poiché in quell’epoca vigeva ancora la legge che accordava il cambio merce denaro, una buona e gentile signora, donna Elisabetta Marvasi, si adoperò alacremente per raccogliere la somma che occorreva, aprendo una sottoscrizione fra i suoi parenti ed amici. Ma il denaro raccolto non bastava ed allora Domenico Morelli indusse il maestro Verdi, che si trovava in Napoli per le prove del Don Carlos, a farsi fare il ritratto dal giovane scultore.

    L’arte acquistò così quella stupenda opera che fece sciogliere “Un inno a Gabriele D’Annunzio”. Nella X Esposizione della Salvator Rosa del 1873 espose il ritratto di Antonio Mancini dal titolo “Toton l’amico mio”. Nel 1873, vinse il concorso del pensionato di Roma, ma non seppe staccarsi dalla sua cara Napoli, ove di quando in quando veniva a lavorare e a frequentare anche la scuola del nudo dell’Istituto di Belle Arti.

    Nel 1876, eseguì “Il pescatore” grande al vero. Nel 1877, si recò a Parigi, dove vendette subito qualche busto e fu molto elogiato dall’autorevole critica della stampa parigina. Contrasse in quel tempo una preziosa amicizia, quella del grande Meissonnier, che gli fu consigliere, precettore, mecenate, entusiasta. All’Esposizione Internazionale di Parigi del 1878 espose il “Busto di Domenico Morelli” e quello del “Maestro Verdi” e la statua in bronzo “Il pescatore di Napoli”. L’anno seguente, il 1879, lo troviamo intento al lavoro che pure doveva procurargli grande onore, il “Ritratto di Meissonnier”.

    Nel 1880, fatto ritorno in Napoli, andò a vivere tranquillo, solitario, nella magnifica isola del golfo, (Capri). In una sera d’estate del 1883, Gemito invitò un buon numero di amici in una baracca, che sorgeva sulla spiaggia di Mergellina, per la fusione di un busto in bronzo, più grande del vero del barone Du Mesnil. (* Si trovavano Caprile, Volpe, Cepparulo, Migliaro, Di Giacomo). Fu un’operazione che fece trepidare moltissimo l’artista ed i suoi amici. Riuscì perfettamente.

    Nacquero così in quella improvvisata officina molti altri lavori, fra i quali la testa del “Filosofo”, il busto della “Zingara Maria” in terra cotta, il busto di “Carmela”, varie coppe e vasi in argento ed il famoso “Narciso” (statuetta in bronzo) mirabile copia dell’originale esistente nel Museo di Napoli, che donò a Meissonnier. Un bronzo dal titolo: “Una fanciulla” trovasi nella Galleria d’Arte moderna in Roma. Nel 1886 (** In questo istesso anno fece parte del Giurì di accettazione delle opere alla Mostra della Salvator Rosa.) si accinse ad eseguire la statua di Carlo V, che, per disposizione di S. M. Re Umberto I, orna insieme con sette altre la facciata della Reggia di Napoli.

    Questo lavoro mise in agitazione l’artista, al quale riusciva alquanto difficile l’intuizione del personaggio. Egli si recò a Parigi per chiederne consiglio al Meissonnier. La statua fu compiuta ed all’artista, intanto, era stato commesso dallo stesso Sovrano un grande “Trionfo da tavola in argento”.

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